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di Lisa Lanzarini lisa_lazzarini

È stato stimato che circa 8 bambini su 10 che frequentano oggi la scuola primaria faranno in futuro un lavoro che ancora non esiste.

Quasi sicuramente il mondo con cui dovranno confrontarsi vedrà l’estinzione dei posti di lavoro meno qualificati, perché le attività manuali saranno affidate ai robot. Un’altra condizione, che è in qualche modo cartina di tornasole della prima, è la proliferazione di posti di lavoro legati allo sviluppo delle tecnologie.

Già oggi ci sono in Europa e Stati Uniti 8 milioni di posti di lavoro in questo settore che restano vacanti per mancanza di candidati competenti.

LE_WeDo_2_0_Children_1HY16_45300_073La scuola è chiamata a rispondere a questi mutamenti, rendendo i ragazzi di oggi capaci di adattarsi alla società e al mercato del lavoro in cui si muoveranno domani, non solo dando loro competenze specifiche per lavorare in questo campo ma soprattutto creando la forma mentis che permetta loro di adattarsi a un mondo del lavoro in continuo mutamento, instillando anche la voglia (ormai necessaria) di continuare a imparare e aggiornarsi per tutta la vita.

Nella scuola d’infanzia e nella scuola primaria l’insegnamento del pensiero computazionale fornisce un quadro entro il quale ragionare su problemi e sistemi.

Insegnare il coding significa insegnare a pensare in maniera algoritmica, ovvero insegnare a trovare e sviluppare una soluzione a problemi anche complessi.

Il pensiero computazionale è comunque alla base di gran parte dell’informatica e la comprensione di come “pensare in modo computazionale” offre una preziosa sensibilità sul funzionamento dei computer.

Nella scuola secondaria lo studio del coding si approfondisce, diventando specifico: a questo livello si può continuare ad utilizzare il coding come “lente” attraverso la quale esaminare la realtà che ci circonda, ma anche iniziare ad approfondire gli aspetti più tecnici dietro questa lente, i vari linguaggi che la possono costituire, le applicazioni e gli sviluppi che essa può implicare.

Il coding è il linguaggio con cui comunichiamo con le macchine e quindi conoscerlo diventa una condizione sempre più necessaria per muoversi nella società contemporanea.

In senso più esteso la robotica, come strumento concreto veicolativo del coding, può essere vista come una prassi virtuosa che permette di formare innanzitutto dei ragazzi che saranno pensatori voraci, desiderosi di approfondire le conoscenze e di considerare problemi complessi come sfide da risolvere pezzo per pezzo. Una delle ricadute negative dell’avvento del digitale e della facilità di reperire informazioni che esso comporta è infatti, spesso, la “superficializzazione della conoscenza”, anche da parte degli adulti. La scuola può e deve prevenire questa deriva e può farlo solo instillando nei ragazzi la voglia di andare a fondo. Ed è proprio ciò che avviene quando si costruisce un robot in classe. L’obiettivo primario resta l’apprendimento, veicolato però attraverso l’uso – senza dubbio motivante e divertente – dei robot in classe. Non solo: la robotica porta lo studente al centro del processo di creazione della conoscenza, obbligandolo a mettersi in gioco, a “fare” anziché subire passivamente una lezione. Il ricordo esperienziale che si viene così a creare è chiaramente molto più difficile da dimenticare di una spiegazione teorica veicolata tramite la classica lezione frontale.

Inoltre la robotica crea tenacia, perseveranza e stimola l’acquisizione di procedure autocorrettive e autocritiche. Sviluppa un approccio collaborativo, aperto e dinamico alla didattica: le nozioni si apprendono perché servono a risolvere, spesso in gruppo, problemi reali. Questo da un lato fa capire immediatamente ai ragazzi la ricaduta pratica di quanto appreso a lezione, dall’altro incoraggia una mentalità molto più efficace anche al di fuori dell’ambiente scolastico: quella di acquisire abilità proprie di diversi ambiti disciplinari (scienze, informatica, matematica, progettazione e arte, comunicazione e abilità di scrittura…) e utilizzarle in modo composito per rispondere a un’esigenza specifica creativamente. L’obiettivo è quello, più metaforico, di crearsi il proprio futuro attivamente. Già qualche anno fa, in un celebre discorso, Barack Obama invitava gli studenti a sfruttare la tecnologia come strumento di crescita personale, non subendola passivamente, ma modificandola attivamente (“non limitatevi a giocare con i videogames, createne uno”).

Siamo entrati nell’era del postumanesimo, quella in cui assumono sembianze le cose che, parafrasando Blade Runner, gli uomini non potevano neanche immaginare. La realtà in cui i nativi digitali si muovono è questa e la scuola è chiamata a rispondere.

 

 


Lego set

 

bee-bot Bee-Bot ricaricabile è entrato in classe?

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