Apr
28

di #EduCare4.0 eduCare-679x350

Agli inizi di marzo e precisamente il 5 è stato il primo compleanno di un’iniziativa che all’interno del web e dei social ha avuto e sta avendo un grosso seguito. Stiamo parlando di #adotta1blogger un progetto di Paola Chiesa, volto a creare buone prassi di condivisione culturale in rete. Riteniamo che il modo e le intenzioni sviluppate all’interno di questo gruppo di blogger, il cui fulcro essenziale è l’omonimo gruppo Fb, possano essere da esempio, anche da sviluppare all’interno di una prassi educativa nelle classi.

Ci spieghiamo meglio: #adotta1blogger non ha una vera  e propria “gerarchia”. Ogni blogger condivide secondo regole accetate da tutti e le fila vengono abilmente tenute dall’ideatrice, senza alcuna prevaricazione. L’esserne parte comporta un ruolo e una prassi che vengono accettate e agite nel momento dell’adesione.

Quest’ultima parte pensiamo sia la formula che può diventare motivo di esperienza all’interno della scuola, ossia riuscire a creare contenuti di valore senza prevaricazioni di visibilità puntando sulla condivisione e sulla progettualità di un bene comune. E questa palestra riteniamo sia, senza dubbio, motivo di crescita per acquisire “il buon stare in rete” e fare cultura.

Di seguito pubblichiamo una breve intervista a Paola, creatrice dell’iniziativa.

Buongiorno Paola, ci conosciamo da un anno da quando anche noi di #educare4punto0, come Monica, Elisa e Sylvia entrammo a far parte di #adotta1blogger. Ci piacerebbe conoscere quale è la tua emozione più forte oggi a distanza di un anno, nel vedere cosa e quanto è successo nel frattempo.

adotta1blogger_didasferaBuongiorno a voi, Educare4.0, e grazie per avermi ospitato nel vostro accogliente salotto digitale! Se mi volto indietro e guardo al cammino percorso da #adotta1blogger, la mia emozione più grande è sicuramente uno stato di felicità intriso a stupore. Felicità perché #adotta1blogger è l’esempio vivente di come da un piccolo gesto concreto, quello della condivisione della conoscenza, possa nascere qualcosa di “grande”, che se vuoi rientra anche in uno stile di vita, nel quale il pronome “io” cede volentieri il passo al “noi”. Nello stesso tempo stupore per i risultati davvero eclatanti: non parlo dei numeri, anche se sono di tutto rispetto,  ma di una community che ha fatto la differenza nel panorama dei gruppi facebook online.

Abbiamo idea che la tua vita on line e off line sia aperta e forse questa community ha accelerato il senso di appartenenza e di fluidità del sapere e delle connessioni dentro e fuori la rete. Cosa è cambiato per te, se è cambiato?

Avete centrato il discorso: accelerare il senso di appartenenza, la fluidità del sapere e le connessioni dentro e fuori la rete. È tutto vero, in #adotta1blogger il senso di appartenenza è una logica conseguenza del ri-conoscersi in una modalità operativa, quella della condivisione, che oltre a consentire la divulgazione del sapere, facilita il confronto tra opinioni diverse e impatta inevitabilmente sulla crescita dell’individuo, nel nostro caso del blogger, che esce magari dalla sua torre d’avorio per contaminarsi con altre realtà. Tutto ciò favorisce una snella condivisione e circolazione della conoscenza e delle informazioni, e facilita la nascita di nuove connessioni, in rete e nella vita reale. L’abbiamo sperimentato in occasione del primo evento live di #adotta1blogger, che abbiamo organizzato a Torino, nella settimana del #rosadigitale dedicata alla donna
Voci diverse ma in risonanza tra loro, con la netta percezione che non c’è differenza alcuna tra on line e off line, se sono vissuti con coerenza. Avete presente quando si incontra una persona fisicamente per la prima volta, ma data l’intensità della relazione online, è come se la si conoscesse da anni? Ecco, questa è una delle magie di #adotta1blogger… Altro che Second Life!

 

E infine una curiosità: la parola “adozione” è sinonimo di cura, del mettersi a disposizione e di far crescere colui o colei verso cui decidi di agire come genitore o adulto adottivo. Questo almeno nella “pratica” legata alla realtà. Cosa ti ha spinto a prediligere questa parola?

Cosa mi ha spinto a prediligere la parola “adozione”? L’ho proprio scelta per richiamare l’attenzione sull’importanza del gesto: adottare un/una blogger attraverso la condivisione di ciò che scrive non è certo un’operazione che si esaurisce in un click del mouse. Implica attenzione nella scelta, cura nella gestione, non “abbandonarlo”, ovvero seguirne gli sviluppi nel tempo. In fondo una parte di te è comunque coinvolta quando condividi il post di un blogger, mediamente perché ne apprezzi il contenuto. Di conseguenza, questo gesto del prendersi cura fa bene ad entrambi, adottante ed adottato. 
Vorrei aggiungere un’ultima cosa. Caratterialmente e lavorativamente mi sono spesso dedicata a progetti nei quali la condivisione avesse un ruolo centrale. Nel caso di #adotta1blogger, l’impareggiabile valore aggiunto è dato dai social media, a riprova del fatto che lo strumento digitale di per sé non è mai ne buono né cattivo, ma dipende da come lo si usa.

#adotta1blogger è quindi decisamente un esempio riuscito di progetto innovativo che grazie ai social e al web impatta positivamente sul territorio, valorizzandolo. Facendo così emergere intelligenza collettiva e migliorando la società. Non è questa cultura di rinnovamento?

Riteniamo che il poter dialogare senza prevaricazione, puntando alla condivisione e alla progettualità di un bene comune, possano integrasi all’interno della prassi educativa scolastica. Un esempio potrebbe essere la ricerca e la successiva elaborazione di un testo sotto un hastag comune. I partecipanti possono elaborare regole che permettano loro l’acquisizione di notizie differenti e “vigilare” affinché tutti possano offrire un proprio contributo “valido, in tema e verificato” per la sua correttezza e veridicità. Sotto lo stesso hastag tutti possono cercare e andare a leggere contenuti e ogni studente può diventare corresponsabile del comune prodotto finale.

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Apr
21

di Dario Gelo Dario_Gelo

Nell’articolo di oggi parlerò di una esperienza di robotica creativa realizzata nel laboratorio pomeridiano che ha visto la partecipazione degli alunni delle classi prime della scuola Secondaria di primo grado.

Tralasciando i concetti educativi e didattici che stanno dietro la robotica educativa, già trattati in questo sito web, vorrei evidenziare una definizione di questo nuovo approccio didattico sfruttando la frase della prof.ssa Daniela Lucangeli (ordinario di Psicologia dello sviluppo presso l’Università di Padova) presente nella nota introduttiva al testo “Imparare con la robotica –  Programmi di potenziamento dell’intelligenza numerica e logico-scientifica”:

Utilizzo dei robot proposto come una mediazione attiva
 capace di muovere il pensiero creativo
 individuale e collettivo, tra pari e con il docente,
 in una vera e propria comunità di apprendimento

Il laboratorio di robotica educativa svolto rientra in un più ampio progetto di curricolo verticale di Istituto che coinvolge i nostri alunni dalla scuola dell’Infanzia alla Secondaria con robot educativi diversi.

Nella scuola dell’Infanzia e i primi anni della Primaria i nostri alunni lavorano con Bee-Bot, l’ultimo anno della Primaria e il primo della Secondaria con il kit della Lego Education WeDo, l’ultimo anno della Secondaria con mBot. In tale contesto si inseriscono anche robot personalizzati realizzati dal sottoscritto secondo le esigenze degli alunni.

Tale scelta è stata fatta per garantire una continuità tra i diversi ordini di scuola, quello che cambia è però la modalità operativa.

Il Lego WeDo è un prodotto che permette di fare esperienze didattiche manuali e intellettuali nell’ambito della robotica. Il concetto WeDo si basa su un approccio didattico che coinvolge attivamente gli studenti nel loro processo di apprendimento e promuove pensiero creativo, lavoro di gruppo e problem solving.

Nel laboratorio pomeridiano, come dicevo, cambia la modalità operativa: si abbandonano gli schemi costruttivi e il linguaggio di programmazione della Lego. Nel laboratorio, infatti, gli alunni creano i loro artefatti svincolandosi dalle istruzioni di costruzione fornite e li programmano con un linguaggio diverso (non proprietario) e libero.

Seguendo schemi ed immagini presenti sul web, viene chiesto ai nostri alunni di realizzare un robot secondo la loro immaginazione e le nostre direttive. Sono quindi liberi di creare qualcosa ex-novo partendo o meno da progetti esistenti; è qui che la robotica diventa anche creativa nella quale ciascun gruppo di lavoro ha la possibilità non solo di apprendere “giocando”, ma “costruendosi il proprio giocattolo”, accessoriandolo come meglio crede e facendogli eseguire piccoli automatismi, realizza così il suo “giocattolo intelligente”.

Nella Robotica Educativa, gli artefatti cognitivi vengono costruiti sulla base di modelli intelligenti già dati, che offrono comunque la possibilità di originare comportamenti emergenti; nella Robotica creativa, l’artefatto cognitivo deve prima essere “pensato”,“creato” e “progettato” dal bambino, senza nulla di “già dato”, per poi essere meccanizzato o programmato.

Una volta realizzati gli artefatti, si passa alla fase di programmazione dove viene abbandonato l’uso del software Lego a favore del software libero più famoso al mondo per il coding: Scratch.

Scratch è un ambiente d’apprendimento sviluppato dal gruppo  di ricerca Lifelong Kindergarten del MIT Media Lab di Boston ed è un linguaggio di programmazione appartenente alla famiglia dei VPL o Visual Programming Languages che rende semplice e divertente creare storie interattive, giochi e  animazioni, e permette di condividere e remixare i propri progetti nel web.

I linguaggi di programmazione visuali, permettono di creare programmi combinando tra loro dei blocchi grafici che rappresentano le istruzioni. I blocchi somigliano ai blocchi Lego, di vari colori in base alla loro funzione, e si incastrano gli uni negli altri nel rispetto della logica di programmazione.

Ecco così che i robot, oltre a prendere forma, si animano eseguendo i comandi programmati dai nostri alunni.

La costruzione di artefatti digitali, fisici e virtuali,
che possono essere condivisi, discussi, ammirati
è un buon laboratorio per l’apprendimento
del pensiero computazionale” (S. Papert)

Si concretizza quindi l’attività educativa: l’alunno mette insieme i pezzi seguendo una procedura, scrive il programma per ottenere il risultato voluto ma, se non succede quel che deve succedere, deve cercare l’errore e riprovare. È quindi il percorso che si fa per raggiungere l’obiettivo che conferisce valore educativo all’attività sviluppando così il pensiero computazionale.

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Apr
13

(non ad speculandum, sed ad opus scripta)

di Giuseppe Ruggiero Giuseppe-Ruggiero

Negli ormai lontani anni 1990-1991 , da neolaureato in Architettura, parallelamente al mio lavoro di collaborazione con studi professionali, cominciai a dare lezioni private a studenti della mia Facoltà in due materie piuttosto ostiche quali Statica e Scienza delle Costruzioni.
Fu forse questa questa duplice attività (il lavoro come “apprendista” e l’insegnamento) che mi condusse a cercare di essere sintetico e semplice nelle spiegazioni ed a puntare dritto all’obiettivo: l’uso consapevole di strumenti grafici e analitici per risolvere i problemi della pratica professionale, piuttosto che accademici.
costruz1Molti anni dopo, verso il 2010, mi venne chiesto di tenere dei brevi corsi di Disegno mediante l’uso del personal computer; mi resi conto che la formula adottata in passato per i corsi strutturali rimaneva sostanzialmente efficace anche per l’apprendimento dei programmi CAD.
Principalmente da queste esperienze derivano i criteri di trattazione e di esposizione che informano i miei testi: chiarezza, semplicità, sinteticità e immediato utilizzo delle nozioni apprese nella soluzione di problemi concreti, non astratti; con l’obiettivo di suscitare l’interesse dello studente e avvicinarlo alla pratica professionale.
Questo senza impoverire la trattazione degli argomenti o, peggio, effettuare “salti oscuri” per giungere a formulette magiche da usare come verità rivelate; perché, anzi, il più profondo significato di queste materie sta proprio nel rigore della trattazione iniziale e nelle semplificazioni accettabili che si introducono per consentire l’uso dei risultati nell’applicazione a problemi concreti. 11es_9-1_img2newPotremmo dire, con uno slogan, che “la verità di queste discipline sta proprio nell’approssimazione”, nel senso che i modelli grafici e meccanici ideati in sede teorica consentono di progettare con un’accettabile grado di sicurezza, pur rimanendo la realtà concreta ben più complessa.
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Per spiegare questa apparente contraddizione interna, tra analisi complessa e approssimazione nei risultati, ho fatto costante riferimento all’evoluzione storica degli argomenti trattati e dei problemi da risolvere; allo stesso fine ho preferito introdurre argomenti avanzati (soprattutto in Costruzioni) per consentire specifici approfondimenti e la comprensione delle difficoltà, talvolta davvero notevoli, insite nell’analisi teorica di alcuni problemi.

Per cercare di alleviare le fatiche dello studente, ho predisposto poi un testo di supporto che espone argomenti utili per la comprensione di problemi complessi, i quali richiedono un’adeguata preparazione di base. In esso ho illustrato le possibilità offerte dai dispositivi elettronici (pc, tablet, smartphone), sempre più diffusi, e dai relativi programmi (software) che aiutano lo studente nello studio teorico degli argomenti trattati e nelle applicazioni tecniche.
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Vi sono, infine, rimandi e connessioni tra i testi dei due corsi (Disegno e Costruzioni), che sfruttano le caratteristiche specifiche della piattaforma Didasfera, agevolano la comprensione degli argomenti, abituano lo studente ad esaminare un problema da vari punti di vista ed a fornirne una soluzione accettabile utilizzando metodi diversi, grafici e analitici, anche in combinazione tra loro: si stimolano, in tal modo, le possibilità creative offerte dal “pensiero laterale”.

 

 

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