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di #EduCare4.0 eduCare-679x350

Da tempo ormai sentiamo parlare di coding, ossia la possibilità di realizzare dei programmi in modo semplice e creativo utilizzando la “logica ad oggetti”: il coding è entrato a far parte di progetti rivolti ai bambini e ai ragazzi della scuola primaria e secondaria di primo grado perché si pone l’obiettivo di formare lo studente al “pensiero computazionale” estremamente utile per lo sviluppo di capacità di problem solving. Inoltre, il coding potrebbe essere la via maestra per abituare i ragazzi ad un uso più responsabile ed efficace della tecnologia rendendoli attori e non semplici fruitori di contenuti.

Coding ed educazione digitale diventano così un unico terreno su cui agire per formare menti critiche e responsabili. Su questi argomenti abbiamo intevistato Federica Scarrione, docente di scuola superiore, Digital Champ e responsabile di molti incontri su CoderDojo nelle scuole di Voghera. La sua esperienza e ciò che racconta ci fa comprendere come sia responsabilità adulta attivarsi e accettare l’avvento della tecnologia come opportunità educativa su cui investire tempo e attenzione.

 

Ciao Federica e benvenuta. Puoi presentarti brevemente e spiegare cosa fai nella vita?
SNgJNyxM_400x400F. Ciao! Sul mio profilo Twitter mi sono definita “prof. di Latino ipertecnologica” e direi che questa frase, anche se un po’ altisonante, continua a essere abbastanza calzante. Lavoro quotidianamente in un liceo (il Liceo Galilei di Voghera, in provincia di Pavia), dividendo il mio impegno tra le materie umanistiche e la promozione di una cultura tecnologica adeguata all’epoca che stiamo vivendo. Nella scuola questo significa occuparsi di sito web, dematerializzazione, formazione informatica, metodologie didattiche, social media policy, ambienti didattici digitali e direi quasi di ogni possibile imprevisto o attività in tempi in cui computer, tablet e smartphone sono sempre accanto a noi come strumenti irrinunciabili.

Che cos’è il coding e perché è importante proporlo nelle scuole?
F. Quando noi ci serviamo della tecnologia, oggi, abbiamo a disposizione oggetti studiati per essere semplici e intuitivi. Questo può essere molto utile, ma presenta anche una controindicazione: rischiamo di prenderli in mano con scarsa consapevolezza e superficialità, di esserne utenti passivi. Potremmo dire con una metafora che rischiamo di essere  tutti clienti di un ristorante senza più conoscere ingredienti e ricette. Il coding, o pensiero computazionale, proponendo lo studio di linguaggi di programmazione e algoritmi, riporta in primo piano la logica che sta dietro al mondo tecnologico che ci circonda e che sarà in pratica l’ambiente di lavoro universale delle prossime generazioni. Indispensabile per loro conoscerne le basi, quindi. Aggiungiamo inoltre che come ogni disciplina che sviluppa il pensiero logico e la creatività, il coding è altamente formativo.

Fino ad oggi, quali sono stati gli eventi più significativi che hanno visto i ragazzi protagonisti in questa disciplina?
F.
Molte sono le esperienze interessanti in questo settore, dai corsi privati, alle attività in scuole pubbliche, al volontariato che si esprime soprattutto attraverso il movimento internazionale CoderDojo. Spesso in questi eventi c’è un comune denominatore che, da insegnante, mi sembra significativo: l’apprendimento non è conseguenza dell’applicazione di un faticoso studio di argomenti apparentemente aridi e freddi, secondo la visione che per secoli si è avuta di tutte le discipline non umanistiche o razionaliste. Nell’insegnamento del coding si fa spesso sfoggio delle metodologie didattiche più vivaci e centrate sul soggetto che apprende: peer tutoring, apprendimento collaborativo, problem solving e via dicendo. Questo fa sì che il coding sia disciplina adatta anche ai più piccoli, a dispetto dei suoi ambiziosissimi obiettivi.

In un’ottica di mercato del lavoro, al giorno d’oggi, quanto è importante coltivare la propria creatività digitale?
F.
Qualunque cambiamento epocale richiede adattività  creatività e credo che sia difficile negare che il mondo del lavoro sta cambiando, nell’organizzazione e nei metodi. Non possiamo pensare che la formazione dei nostri ragazzi resti in tutto identica al passato: la creatività digitale è proprio la richiesta principale delle modificazioni in atto nell’economia e nella società.

Spesso emerge la questione di un uso di internet, da parte dei ragazzi, del tutto automatico e privo di un’effettiva conoscenza sui suoi meccanismi di base. Secondo te, è proprio vero che i ragazzi usano internet senza sapere cosa sia realmente?
F.  
Direi che è difficile generalizzare. Certo, esiste sicuramente una larga fascia della popolazione – e qui, purtroppo, dobbiamo dire che sono anche le colpe dei padri che ricadono sui figli – che non ha idea di che cosa significhi valutare criticamente una fonte, interpretare un messaggio, scegliere l’informazione da condividere e quella da lasciare preferibilmente nell’oblìo. Lo dimostra la frequenza con cui ancora si replicano vecchie bufale, già più volte smentite, ma che imperversano nei social network. Ma, appunto, non sono sempre e solo ragazzi a contribuire alla loro diffusione. Nelle scuole tuttavia la responsabilizzazione e i percorsi sull’uso consapevole della rete, sulla ricerca delle informazioni, sulla competenza digitale di base sono sempre più frequenti e questo ci fa ben sperare proprio riguardo ai più giovani.

 

20160305_100258Cos’è l’educazione digitale?
F.
Per certi versi una disciplina specifica, per altri una logica estensione dell’educazione civica. Per muoversi bene nella rete occorre certamente qualche conoscenza informatica: cos’è un url, come si può prendere un virus, come gestire la navigazione e la posta elettronica senza rischi. Ma tutto questo sarebbe solo una formazione parziale se non si tenesse conto anche che una volta acquisita familiarità con lo strumento occorre padroneggiarlo nel rispetto dell’altro: quindi, serve una formazione sul valore del commento, della condivisione, della scelta della parole e delle informazioni.  Aggiungendo che rispetto dell’altro significa anche tutela della proprietà intellettuale, concetto purtroppo poco chiaro alle giovani generazioni e spesso misconosciuto anche tra gli adulti.

Come si intrecciano, tra loro, concetti come “educazione digitale” e “coding”?
F.
Per riprendere la metafora culinaria che abbiamo usato prima, direi che stanno tra loro come il bon ton del buon comportamento a tavola e la tecnica dell’apparecchiare e usare le posate da un lato e l’arte della cucina dall’altro. Due facce della stessa medaglia se vogliamo: la corretta fruizione nel primo caso e la migliore creazione possibile nel secondo.

La scuola che sogni?

F. Sognare? Mi permetto di parafrasare il maestro Yoda di Star Wars: “Non esiste provare: esiste fare o non fare”. Per me non è una questione di sogni. Promuovere cultura digitale a scuola significa usare ogni giorno ciò che abbiamo a disposizione, perché è già intorno a noi. Sono, forse, in una scuola che più di altre ha strumenti perché su questo fronte si è attivata da più di un decennio, ma non me la sento di dire che nella scuola oggi si deve pensare in astratto al futuro. Ormai ci sono tutti gli spazi e gli strumenti per rendere le classi ambienti di pensiero critico e di lavoro collaborativo, i compiti domestici una raccolta di stimoli, le lezioni momenti di didattica attiva. Se ancora non ci riusciamo è solo una questione di impegno e di tempo, esattamente come diciamo ogni giorno agli studenti che non hanno ancora la media pienamente sufficiente.

 

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