Feb
17

di Lisa Lanzarini lisa_lazzarini

Se stai leggendo queste righe sicuramente possiedi un dispositivo digitale: sia esso un computer, un tablet o uno smartphone. Praticamente ogni famiglia oggi ne possiede almeno uno: ma che implicazioni comportano queste inevitabili presenze nella prospettiva di studio che hanno di fronte bambini e ragazzi nel 2016?

Sarebbe anacronistico non accettare che uno dei compiti emergenti dell’educazione e degli educatori di oggi sia stimolare gli studenti a capire il digitale oltre la superficie. Una delle componenti alla base di questo processo educativo è il cosiddetto “pensiero computazionale”, un insieme di saperi concettuali e metodologici, oltre che di capacità di contestualizzazione applicativa, che deve diventare patrimonio di tutti e deve quindi essere presente nei curricula fin dalla scuola primaria. Non a caso tutte le riforme degli Stati occidentali che stanno investendo la scuola negli ultimi anni evidenziano la necessità di formare adulti digitalmente consapevoli e capaci di capire gli strumenti con cui dovranno lavorare quotidianamente. Non solo: è ormai evidente che coding e programmazione sviluppano una capacità di riflessione, di approccio sistematico ai problemi, di approfondimento innegabile per tutti gli studenti, compresi quelli più a rischio di allontanamento dal percorso scolastico. Come integrare una disciplina tanto promettente nella didattica di ogni giorno?

In molti istituti della scuola secondaria robotica educativa e programmazione sono già insegnate da diversi anni, inserite nel programma scolastico grazie al coraggio e alla passione di insegnanti pionieristici o in doposcuola autonomamente organizzati.

Nella scuola di base (primaria e secondaria di primo grado) questo inserimento risulta ancora un po’ difficile, se paragonato al livello di penetrazione del coding raggiunto in Inghilterra e nei Paesi del nord Europa. Tuttavia, c’è un crescente interesse nei confronti delle modalità in cui è possibile introdurre la programmazione fin dai primi anni di scuola, come dimostra il sempre maggior numero di robot educativi e software di programmazione rivolti agli studenti più giovani nati negli ultimi anni.

LE_WeDo_2_0_Children_1HY16_45300_062Spesso quello che frena l’introduzione del coding nella scuola primaria è l’assenza di docenti specificatamente formati all’informatica e alle tecnologie. Ciò non dovrebbe però essere un ostacolo.
In molti istituti la robotica viene già insegnata da docenti di materie che nulla hanno a che vedere con l’informatica (professori di materie umanistiche, ad esempio): sono loro che portano la programmazione in classe, a dimostrazione della sua forza educativa e valenza interdisciplinare. Questo utilizzo della programmazione “al servizio” di altre discipline tra l’altro fa da subito intuire agli studenti come l’uso di tale disciplina non debba per forza essere ritenuto indispensabile di per sé, ma debba essere visto come uno strumento che è necessario acquisire per svolgere altri compiti, problemi e mansioni della vita di ogni giorno. Così come la matematica non serve solo a risolvere le operazioni alla lavagna e l’apprendimento delle regole della lingua italiana non serve solo a scrivere dei bei temi per la maestra, l’alfabetizzazione digitale è una necessità non solo per ispirare ingegneri e programmatori di domani, ma anche e più significativamente per formare cittadini che possiedano la consapevolezza e le competenze ormai indispensabili per vivere nella nostra società.

Programmazione e robotica aiutano ad essere creativi, ad aprire il proprio orizzonte mentale, a conoscere il mondo in modo nuovo. Ed è proprio la sua capacità di farci conoscere il mondo a dar conto di una delle applicazioni più interessanti del coding nella scuola: il suo impiego per l’insegnamento delle scienze.

Insegnare scienze: sporcarsi le mani con coding e robotica

Le scienze aiutano a capire come funzionano i fenomeni naturali, a prevedere catastrofi, a mandare le sonde su Marte… Eppure ogni anno i dipartimenti universitari di ambito scientifico registrano meno iscritti, l’interesse da parte dei ragazzi sembra scemare. Le scienze insegnate in modo troppo “analogico” non riescono più ad appassionare i nativi digitali, che non ne colgono con facilità l’importanza.

I più recenti studi di ambito pedagogico ci indicano che la soluzione deve essere ricercata nel consolidamento della passione e della motivazione intrinseca degli alunni fin dai primi anni di scuola, ma come dare nuovo vigore alla lezione sulle energie alternative o rendere appassionante la spiegazione sull’impollinazione? Occorre sporcarsi un pochino le mani e la robotica può venirci in aiuto, in quanto essa implica sempre delle attività pratiche, che portino poi all’acquisizione conseguenziale di nozioni teoriche complesse. Studiare scienze con i robot rende la lezione non solo più divertente, ma crea un ricordo esperienziale diretto nel ragazzo che è molto più difficile da dimenticare rispetto allo studio di un passo del sussidiario. I robot offrono moltissime possibilità di interazione con il mondo scientifico, come dimostrano alcune già virtuosissime esperienze educative condotte in tutta Italia. Sono già in molti ad utilizzare sensori e sonde da collegare ai robot per eseguire esperimenti e data logging: spesso tali attività coinvolgono dei semplici sensori di temperatura immersi in un bicchiere d’acqua che poi viene messo sul calorifero dell’aula o nel frigo della mensa scolastica. Ma si possono svolgere anche attività molto più complesse, in cui i ragazzi devono costruire e programmare dei robot che imitano la realtà, per aiutarli ad osservarla con maggior attenzione e a comprenderne i meccanismi, quasi che l’artefatto diventi una scusa per guardarsi – davvero – intorno.

In alcune scuole delle città di mare, ad esempio, si richiede ai bambini di costruire dei robot che imitino fattezze e abitudini dei pesci, per aiutarli a prendere confidenza e appassionarsi al mondo della fauna marina.

Altrove vengono utilizzate le apette robotiche Bee-Bot per ragionare con i bambini sulle abitudini alimentari e il ciclo delle stagioni.

In alcune scuole secondarie di secondo grado che utilizzando la robotica da anni, addirittura, le lezioni di fisica vengono svolte con il supporto di LEGO Education EV3, il robot che i ragazzi devono costruire con le proprie mani, programmare e quindi modificare in base all’analisi dei dati raccolti per ottenere il risultato (diverso ogni volta) richiesto loro dall’insegnate.

Le scienze con la robotica diventano più vive, coinvolgenti, emozionanti. E tale interconnessione tra le due discipline funziona anche in senso opposto: per il docente alle prime armi è più semplice introdurre una nuova disciplina attraverso nozioni che già gli sono familiari, per lo studente poco affine alle nuove tecnologie sarà più rassicurante arrivare al digitale passando per la costruzione di modellini che rappresentino qualcosa che proviene dal mondo reale in cui si muove ogni giorno o che lo fanno sognare, il ciclo vitale della rana o il modellino di un rover spaziale, ad esempio.

Tale tendenza è talmente netta ed evidente che LEGO Education – una delle prime aziende che si rivolgono al mondo della scuola ad essersi resa conto delle potenzialità educative della robotica –  ha appena presentato al CES di Las Vegas WeDo 2.0 un set di robotica rivolto alla scuola di base (primaria e secondaria di primo grado) che mira proprio a unire robotica, coding e insegnamento scientifico in un’unica soluzione. Grazie alla combinazione di mattoncini LEGO Education, un software a icone pensato per i contesti scolastici e progetti e attività già pronte per l’insegnante (oltre 40 ore), rende facilissimo portare la robotica educativa e il coding a scuola. La di ambito scientifico estremamente realistici (un modello di fiore e un’ape per capire l’impollinazione, delle strutture antismiche, una macchina in grado di differenziare e riciclare i rifiuti…) porta i ragazzi a interrogarsi sistematicamente sulla realtà, osservandone i fenomeni, facendo ipotesi e creando delle soluzioni concrete a problemi ispirati alla vita reale.

Il set facilita inoltre l’acquisizione di diverse capacità specifiche dell’ambito tecnico-scientifico: raccolta e interpretazione dei dati, creazione di dimostrazioni scientifiche, acquisizione, valutazione e condivisione di informazioni di carattere scientifico all’interno della classe.

Tali soluzioni possono poi essere documentate direttamente sul software e quindi condivise con l’insegnante, con la classe o con un gruppo più ampio.

L’affinità tra robotica e scienze, in classe, sembra quindi essere sempre più accentuata, quasi ad indicarci che la via da perseguire per il progresso debba inevitabilmente passare per la condivisione dei saperi.

 

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