Feb
10

di Emilio Albano Emilio Albano per DidaSfera

Gli ultimi dieci anni della mia esperienza professionale sono stati profondamente segnati dall’esperienza della scuola digitale.

Anni che all’improvviso sono diventati più densi dal 2009, quando l’azione ministeriale denominata cl@ssi 2.0 coinvolse una delle mie e che mi ha portato, attraverso moltissime esperienze qualificanti, oggi a progettare ambienti formativi ad alta densità digitale sempre più complessi.

Ho avuto la fortuna di assistere ad una trasformazione forse epocale nella scuola media italiana: il passaggio dall’informatica come opzione aggiuntiva al tradizionale curricolo scolastico, alla necessità della digital literacy: una nuova alfabetizzazione per il nostro Paese.

Il processo, come si può facilmente immaginare, non è stato né facile né scontato soprattutto per un’istituzione che soffre da decenni di gravissimi problemi quali ad esempio quelli relativi all’edilizia scolastica (e non parlo solo della improcrastinabile messa in sicurezza delle strutture ma anche al loro disegno architettonico) e all’abbandono scolastico.

Agli ostacoli strutturali si aggiungono inoltre alcune mitologie e pregiudizi che non facilitano le azioni e le riflessioni attorno al digitale a scuola.

dreamstimefree_285822Il più diffuso – a dire il vero sempre meno – è che esistano delle generazioni che presentino naturali attitudini verso i nuovi media: i cosiddetti nativi digitali.

Devo ammettere che li ho cercati a lungo osservando le pratiche, studiando i processi e le abitudini informative ma anch’io ho dovuto arrendermi al fatto che la definizione di M. Prensky non va oltre una generica proposta operativa che nel tempo è diventato un logoro slogan.

Non solo non esiste traccia di una generazione che geneticamente sembra più incline all’uso del digitale, ma appare anche totalmente arbitraria la convinzione che ne esista una fra i docenti in grado di portare quasi naturalmente fattori di innovazione nella scuola.

Arbitraria è anche la convinzione che sia sufficiente ingolfare di tablet, pc, notebook proiettori e altri dispositivi alla moda le classi per ottenere significative risposte educative.
La scuola, come qualsiasi altra istituzione di importante funzione pubblica, ha bisogno degli adeguamenti tecnologici necessari per assolvere al meglio ai suoi doveri ma c’è una sostanziale differenza fra innovazione e adeguamento o ancora fra quest’ultimo e formazione.

Nella mia esperienza non ho ancora trovato setting d’aula, dispositivi più o meno mobili, piattaforme distribuite, software, webware, tools e chissà cos’altro che rispondesse quasi magicamente a tutti i problemi connessi ad una comunità di apprendimento quale è una qualsiasi classe di qualsiasi grado di istruzione del nostro Paese.

ScuolaLe buone pratiche e le esperienze efficaci si possono e si devono esportare, ma occorre evitare la tentazione di costruire paradigmi declinabili ovunque e per chiunque anche solo per la banale constatazione che lo spazio aperto fra le relazioni didattiche e le modalità di apprendimento è molto vasto e complesso.

Se quindi è urgente per scuola un adeguamento tecnologico che in altri Paesi, con ben altri investimenti e una diversa attenzione per la formazione, è considerato normale, occorre anche non smarrire gli obiettivi educativi fondamentali sui quali – sia detto per inciso – non si compie un attenta analisi da decenni.

Il rischiò più grande è quello di confondere gli strumenti con i contenuti, i media e linguaggi abilitanti con la conoscenza e i saperi che sono il fine ultimo di ogni processo formativo.

Occorre inoltre chiedersi al più presto se ci sono le condizioni sufficienti per favorire la transizione della stragrande maggioranza degli insegnanti di questo paese da divulgatori a sperimentatori, da meri utenti di un pc a esploratori dei nuovi linguaggi emergenti.

 

 

Posted in Animatori digitali, Didattica, Discutiamo, insegnanti | Tagged , , | Leave a comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *