Apr
16

E se fosse solo un arrivederci?

postato da Maurizio Chatel in Didattica

Marco Guastavigna ci induce spesso a riflettere sull’illusione delle magnifiche sorti  e progressive generata in questi ultimi lustri dal boom del digitale. In questo caso [Il lungo addio] lo fa con piglio neutralissimo, riuscendo lo stesso a seminare un po’ del suo classico gelo. Per la lunga amicizia e la stima che mi uniscono a lui, non resisto tuttavia alla tentazione di rispondergli “per le rime”: sarà alla fine un banale esercizio retorico, ma anche questo non è che un banale blog.

Non entro nel merito delle questioni tecniche, esposte da Marco in tutta chiarezza ed efficacia. Mi piacerebbe piuttosto soffermarmi sul tema del “lungo addio” rivolto evidentemente al libro cartaceo. Anch’io, come il prof. Guastavigna, non credo nella scomparsa del libro di carta, ma non solo per questioni tecniche o cognitive. Ad esse aggiungerei anche il fattore… sentimentale. Banalizzando un po’, si potrebbe pensare al destino del disco di vinile, scomparso dal mercato per vent’anni e oggi in crescita vertiginosa di prezzo sul mercato dell’usato. Verrebbe da pensare che l’artificialità del digitale è buona a stuzzicare certi deliri di onnipotenza destinati tuttavia a spegnersi come un fuoco di paglia. Proprio questo paragone tuttavia mette meglio in risalto le altre ragioni dell’inevitabile (?) dominio della tecnica: ragioni di tipo patologico-consumistico. In sintesi. Un buon disco di vinile non te lo ascolti pedalando per la città, un CD sì; con gli eReader puoi portare in vacanza un’intera biblioteca invece dei due o tre volumi che è possibile stipare in una valigia. Sotto questo profilo, la questione si complica.
Dividiamola in due rami: a) il mondo adulto e b) quello dell’infanzia e prima adolescenza.

a)      Nella vita di un adulto, la questione non è più di carattere cognitivo (qui si parla – sia chiaro – della Lettura con la L maiuscola, non della tossicodipendenza da informazione che caratterizza l’internauta medio). L’unica ragione per preferire l’eReader al libro di carta è quella di poter avere tutto e subito. Trattasi, in sostanza, di pura e semplice bulimia. E lo dico per esperienza personale.
Ovviamente è sempre esistito il “bulimico” della lettura, il fenomeno non è quindi da imputare alla tecnica in quanto tale. Casomai essa lo facilita e lo radicalizza in forme appunto patologiche. Ma questo è un altro discorso. Discorso connesso al consumismo. Se un essere umano ha la possibilità di avere, a poco e prezzo e facilmente, qualcosa di appena desiderabile, perde il senso della misura. Che siano libri o altri esseri umani di sesso opposto.

b)      Negli anni della crescita e della formazione il problema è ovviamente più complesso. Chi può negare che l’importante non è “imparare a leggere” ma imparare a “leggere bene”? E allora: cosa vuol dire “leggere bene”? Agostino di Ippona, arrivando a Milano, rimase scioccato nello scoprire che il vescovo Ambrogio leggeva in silenzio. Per secoli e secoli, infatti, i rotoli si erano letti… parlando. Pensiamo ai dialoghi di Platone, scritti non certo per essere letti in silenzio; o al fatto che le uniche opere di Aristotele che conosciamo sono gli appunti delle sue lezioni. Questo cosa ci dice? Che non c’è una risposta assoluta.
Si dice anche: una buona lettura è una lettura profonda. Ma profonda in che senso? C’è una profondità che rimugina (Nietzsche direbbe che “rumina”) i propri pensieri, e una profondità che attraversa l’universo cognitivo saggiandone la vastità (la profondità ipertestuale). Chi legge “male” legge male sia che abbia tra le mani un libro di carta (non rumina abbastanza), sia che navighi in un ipertesto (zapping). E arriviamo al punto.

Si dice: con il digitale si perde l’abitudine alla lettura profonda. E se cambiasse il concetto di profondità? In una cultura olistica le “profondità” possono essere almeno due (e qualcuno potrebbe arrivare a sostenerne l’infinità): una di tipo “introversivo” – la profondità dello scavo e della lentezza – e l’altra di tipo “estroversivo” – l’ampiezza delle connessioni e la consapevolezza della complessità. Qual è preferibile? Jung ci insegna che i tipi psicologici non sono molti: c’è l’introverso e l’estroverso. Sono modalità cognitive universali e nessuno può dire che l’una sia preferibile all’altra. Non sarebbe forse “preferibile” possedere entrambe le qualità? Dire che la lettura “introversiva” è quella migliore non significa forse toglierci una possibilità?

Vogliamo scommettere che il libro di carta non morirà, e che il tipo introverso preferirà comunque ruminare con lentezza il suo bel romanzo, mentre il tipo estroverso troverà nel digitale ipertestuale le proprie sacrosante soddisfazioni?

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2 Responses to E se fosse solo un arrivederci?

  1. Non è un addio e nemmeno un arrivederci.

    Il titolo vorrebbe ironizzare sulle false – per fortuna – aspettative dei NoPaper, perennemente deluse perché confondono libro e testo, anzi testi, con tutte le tipologie, comprese quelle emergenti.

    Il senso generale è che vanno riconosciute e praticate tutte le “forme” della lettura, senza contrapposizioni superficiali, quando non strumentali. Nella “vita” e quindi – di riflesso – a scuola.
    Con una grafica da vomito sostenevo una prospettiva simile più di 10 anni fa:
    http://www.pavonerisorse.it/pstd/fortic2/familia/reticon.HTM .

    Non è una risposta per le rime; semmai ci sono consonanze e assonanze.

  2. Maurizio Chatel says:

    Ok… in effetti, “per le rime” era un modo scherzoso. Sento anch’io le consonanze. Il 9 al salone del libro c’è una tavola rotonda che penso ti possa interessare: l’equivoco della cultura come “bene comune”. Auguri…

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