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Uno, nessuno o centomila?

postato da Maurizio Chatel in Didattica, Polemiche

In merito al decalogo (+1) proposto dalla Garamond, vorrei fare alcune osservazioni. Intanto, sono allergico ai decaloghi in generale, soprattutto quando nascondono in forme più o meno efficaci messaggi pubblicitari…

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È abbastanza ovvio che, per gli addetti ai lavori, c’è poco da discutere: anzi, possiamo aggiungere l’enorme risparmio di carta in termini ecologici.
Vediamo però di metterci dal punto di vista del fruitore.

[col libro di testo, scrive Quadrino] – posso accedere ai contenuti solo in modalità “read only”, ovvero “solo lettura”, senza possibilità di modificare, integrare o arricchire un testo fisso (a stampa o in digitale, in questo caso poco cambia), di cui è “proprietario” un editore che mette il “copyright” sul teorema di Pitagora o sulla biografia di Giacomo Leopardi (?)

Qui ci sono due considerazioni di natura diversa, che andrebbero distinte.
A) La “possibilità di modificare un testo”… tutto qui?! (come disse re Theoden nella battaglia del Fosso di Elm)

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È questo l’irresistibile balzo in avanti dell’editoria digitale? Se come docente – o come discente – voglio arricchire e integrare i contenuti disciplinari, che differenza fa se inserisco un mio percorso “nel” testo o in un folder personale – digitale o cartaceo – fatto di documenti, appunti, immagini e quant’altro procuratomi via Internet o dall’insegnante? Suvvia… ci sarà qualcosa di più determinante per la qualità dell’insegnamento!

B) Il copyright ecc… se mi permettete, qui ci vedo un po’ di malafede. Un libro di testo fatto bene spiega il teorema di Pitagora e commenta/documenta la biografia di Leopardi, altrimenti non lo adotto. Facciamo attenzione a non trattare sempre gli insegnanti come poveri grulli. Forse ci sono editori che credono di fare gli editori mettendo in rete il teorema di Pitagora e la biografia di Leopardi, ma che “lavoro” è il loro?

[dice…] – ho a disposizione un testo, ma ne escludo di conseguenza altri 10 o altri cento o mille, che magari espongono un argomento molto meglio di quello che ho in uso (il manuale in adozione è un bene “rivale”, nel senso che scegliendone uno, escludo di conseguenza tutti gli altri)

Mettiamoci nei panni di un insegnante di storia del liceo (scusatemi, ma è l’unica cosa che so fare): ho due ore alla settimana per sviluppare il programma; cosa faccio? Prendo mille testi – rigorosamente on line – e trascorro alcuni mesi a selezionare un po’ qua e un po’ là le cose che mi piacciono. Beh: buon divertimento!
Scherzi a parte, forse avrei bisogno di scegliere – con tutte le attenzioni e la scrupolosità necessaria – uno strumento utile e certamente perfettibile (con materiali aggiuntivi da me moderatamente selezionati) che mi permetta di organizzare con serietà ed efficacia il mio piano di lavoro. Anche perché fare zampettare una classe di qua e di là tra diverse metodologie e approcci argomentativi decontestualizzati dal loro processo epistemico è solo indice di dilettantismo, non di creatività.

contribuisco ad una formazione uniforme e standardizzata, tipica del modello industriale della società di massa, quando oramai è universalmente acquisito che la formazione più efficace che il nostro tempo richiede è quella personalizzata creativa, flessibile e basata su problemi.

Questo punto mi sembra un po’ troppo ideologico. Non siamo negli Stati Uniti, patria della democrazia, in cui i testi devono essere approvati da una commissione statale. La scelta è da noi abbastanza ampia, e parlare di pensiero unico solo perché, per ovvie ragioni, ai miei 25 lettori… pardon, allievi, è meglio che faccia comprare lo stesso testo, mi sembra francamente esagerato. O vogliamo far studiare 25 ragazzi su 25 testi diversi? In questo caso, sarebbe più realistico avere 25 insegnanti per classe.

 – perpetuo un modello didattico della “scuola del programma”, quando dovremmo già da anni essere passati alla scuola della programmazione e delle “indicazioni nazionali” a favore della libera pianificazione che qualifica la professione docente.

Sono totalmente d’accordo. Ma, sempre stando alla “Storia”, quali sono le differenze tra un programma ministeriale e le “indicazioni nazionali”? Non è un’invenzione del ministero la successione cronologica del passato dalla preistoria al Novecento; che cosa potrei insegnare di alternativo? Il futuro? Personalmente, in 35 anni di insegnamento, dei programmi ministeriali me ne sono sempre fatto “un baffo”, scegliendo quello che ritenevo indispensabile e produttivo nell’economia molto stretta delle mie ore cattedra.
Su questa storia dei programmi andrebbe fatta un po’ di chiarezza e meno demagogia: il problema non è cosa insegno, ma come. Finché non cambierà l’epistemologia storicista – e questa non è una scelta che compete al singolo insegnante e neppure ad un intero dipartimento – tutto quello che insegnerò in modo alternativo sarà pericoloso, perché esporrò i miei allievi al disorientamento e al disadattamento nei confronti del paradigma (attenzione: un paradigma non è un pensiero unico) dominante. Si può essere alternativi cum grano salis, mettendo a confronto ciò che si sa con ciò che si potrebbe sapere, ma un insegnante (di scuola dell’obbligo soprattutto) non è tenuto a fare di più.

ho per un anno o per un intero trienno una sola fonte, una sola voce, un solo autore, quando le versioni possibili sono tante e diverse e il fine dell’educazione è la formazione di una coscienza critica, capace di selezionare fra fonti e versioni diverse e molteplici.

Un buon libro di testo può e deve fare questo, altrimenti non è un buon libro di testo. Il tutto però nell’ottica di un percorso che leghi le diverse interpretazioni sotto un filo coerente di lettura. Senza il filo della lettura, il tutto diventerebbe molto simile allo zapping televisivo, Dio ce ne scampi!

non metto in pratica le indicazioni delle nuove norme (Legge 128/2013, art. 6) che prevedono esplicitamente il superamento del regime dell’adozione del libro di testo, indicando nuove forme di selezione e proposta di contenuti e risorse didattiche digitali

Nominalismo… il problema non è adottare un libro di testo, ma dotarsi degli strumenti più utili ed efficaci. E qui valgono tutte le osservazioni fatte sopra. Togliere potere alle major editoriali è un nobile compito, ma distruggere l’editoria scolastica è un altro paio di maniche. Piuttosto mi preoccuperei di creare maggiore competitività sul piano della qualità, impegnando le risorse intellettuali del nostro paese in un ampio programma di revisione della didattica. Perché le conseguenze delle proposte “garamondiane” sono due: nessun editore, ma un indistinto calderone di dati senza capo né coda a cui attingere senza una guida; un monopolio dei produttori di software e di app che nutrono un’altra bella fetta di mercato: quella dei devices, che come si sa sono prodotti da sant’uomini tutti disinteressatamente intenzionati a nutrire la mente dei nostri ragazzi. Con buona pace della nostra coerenza politica.

PS.

I costi dell’editoria digitale. Questa è – per il momento – l’unica novità percepibile a livello di pubblica opinione. Ma un editore non è qualcuno che scrive i libri, bensì un datore di lavoro. E come li paga i suoi autori, a furia di CC e Open source? Tu dici: è l’aggettivo possessivo “suoi” che è sbagliato. Ognuno sia autore di se stesso. Ragazzi, non stiamo vendendo caramelle, ma strumenti di educazione. Vogliamo darci delle regole e dei principi di controllo?

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