Nov
19

Crediamo che una costruzione
collaborativa della conoscenza 
che coinvolga sia i docenti che gli
studenti dovrebbe essere
supportata da opportuni  ambienti
didattici. [M. Schrage, Shared Mind:
the new technologies of collaboration]

Ma il problema qual è: l’apprendimento o il diritto d’autore? Si vogliono eliminare i manuali scolastici per migliorare l’apprendimento o per democratizzare le risorse in un più vasto programma di carattere sociale? Sarebbe bene fare chiarezza su questo punto. Al contrario,  la polemica tende ovviamente a fare di tutte le erbe un fascio, un po’ per confondere le idee e un po’ perché le idee sono confuse.

La rinnovata querelle su “libri di testo sì” – “libri di testo no” oggi si colloca nell’ambito più generale dei nuovi mezzi di comunicazione, o meglio: del nuovo m.d.c., la rete. L’innovazione del digitale giustifica il riproporsi di una questione certamente importante come quella dei supporti didattici, ma non cruciale. Perché non cruciale? Semplicemente perché la rete, di per sé – al punto in cui ci troviamo – non è un supporto (come il nastro magnetico o la tipografia) ma un Sistema. Vale a dire: la rete incide sulle relazioni stesse modificando molti dei presupposti comunicativi tradizionali. A cominciare, visto che si parla di Educazione, dalla possibile applicazione di un’autentico Apprendimento collaborativo.
Ora, chi si intende di A.C. (e non lo sbandiera solo quando se ne ricorda), sa che “qualsiasi compito o processo collaborativo ha una durata definita, un inizio e una fine, e la natura delle interazioni di gruppo e i bisogni del supporto del gruppo cambieranno in questo arco di tempo” [A. Kaye, Apprendimento collaborativo basato sul computer]. In parole povere: l’apprendimento collaborativo ha uno scopo leggermente diverso da quello della formazione: risolvere un problema (problem solving) o portare a compimento un progetto. Tradotto in bassa cucina didattica: non posso impegnare una classe di 35 allievi in un progetto cooperativo che dura 9 mesi. “L’esperienza di lavorare o apprendere in gruppo può essere associata con cadute d’attenzione e perdite di tempo ed essere frustrante, costosa in termini di tempo, conflittuale (…). In una situazione scolastica, sembra che metodi di apprendimento cooperativo migliorano i livelli dei risultati solo se incorporano obiettivi di gruppo…” [A. Kaye, cit.].

Che c’azzecca tutto questo coi libri di testo? Un l.d.t. è un supporto, non un sistema, e la sua finalità è la formazione, che è un processo e non un metodo. La scelta dei supporti didattici non può essere un processo collaborativo, perché riguarda la competenza e la responsabilità del Tutor. Non c’è apprendimento (collaborativo o no) che non si basi su dei supporti, a meno di tornare a una concezione innatista del sapere. Qualsiasi “problema” io proponga al gruppo classe, dev’esserci una competenza di base che permetta ai discenti di comprenderne la natura. Dev’esserci quindi stata un’informazione preventiva. Non posso far risolvere un’equazione senza aver spiegato un po’ di matematica.

Ripeto quindi la mia domanda agli sbandieratori della “rivoluzione in Carrozza”: di cosa stiamo parlando, di apprendimento o di formazione? Di scuola o di editoria? Un po’ di chiarezza, per favore…

Posted in Didattica, Polemiche | 2 Comments

2 Responses to Libri di testo: una querelle infinita (seconda parte)

  1. Maria Grazia says:

    Oggi sono finalmente riuscita a leggere i tuoi post. Li apprezzo tutti ma questo in particolare dato che ci ritrovo un orizzonte di senso comune che mi conforta ( ma, ovviamente, non mi meraviglia). Un abbraccio

  2. Maurizio Chatel says:

    Bene bene bene… ecco la MariaGrazia che si rifà viva… contentone…

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