Mag
27

StrozzalibroRileggo con disagio, a un anno di distanza, la mia cronaca del penultimo Salone del libro: impietosa, nel senso letterale del termine.
Non mi  rendo conto, quando scrivo,  di avere una prosa così violenta, così totalmente mancante di pietà verso ciò che osservo. Credo dipenda dal fatto che mi è difficile considerare meritevoli di pietà il luogo comune, la stupidità, la grettezza, la banalità, la volgarità,  il pensiero burocratico. Eppure dovrei sapere che proprio queste sono  le vere forme di povertà  che meriterebbero più misericordia.
Sapendo ahimè di non riuscirci,  mi sforzo di guardare con occhio diverso  questo povero ventiseiesimo Salone del Libro 2013, io che ne ricordo addirittura i palpiti della sua nascita, nei Padiglioni della vecchia Fiera, come ne percepisco oggi  i tremori e i rumori di quella che non pare un’agonia, ma forse lo è. Mi impongo uno sguardo più pacato,  non solo perché vi  sono tornato dopo tanti anni in veste di espositore, contraddicendomi, ritornando sui miei passi, piegando il mio cattivo carattere alle nuove esigenze promozionali della ennesima rinascita, ma proprio per cercare di capirne il disagio che continua  a percorrerlo in profondità.

Scena prima
Dopo circa quarant’anni, un’inezia, passo a salutare Sergio Giunti. La sua Casa editrice era già un gigante quando io ero solo un iroso bruscolino, a Firenze, nei primi anni settanta; oggi è un colosso strutturato verticalmente (stabilimento tipografico) e orizzontalmente (varie sigle, distribuzione e Librerie). Sergio è noto per la sua altezzosa scontrosità, mette davvero tutti in soggezione, nessuno osa andargli contropelo. Quasi impossibile avvicinarlo, dribblando i suoi funzionari-mastini. Invece mi fa festa, e parla e dice cose sorprendenti con un sorriso che assomiglia a un ringhio: “Ho 1.200 dipendenti, se non fatturo almeno 200 milioni non pago lo stipendio che fa vivere 1.200 famiglie. Invece, il mercato è sempre più stento, la carta è alla fine…”. Trasecolo.
Gli stand dirimpettai, Mondadori, Feltrinelli, più lontano RCS, barricati come castelli medioevali, brulicano letteralmente di sardine umane che dopo aver pagato un biglietto salato come si conviene per entrare al Salone, comprano senza sconto gli stessi libri che avrebbero potuto trovare, scontati, nella libreria sotto casa, o su Amazon…
I Dirigenti con la D maiuscola, gongolano: 50% in più di vendite rispetto all’anno scorso! Possibile? E la crisi irreversibile di cui parla Giunti?  Qualcosa non torna…
Azzardo una ipotesi, sovvenendomi  dello sgomento provato nell’impatto con i miei 42 ragazzi diciannovenni del primo anno dell’Accademia di Belle Arti di Rimini, appena tre mesi addietro. Quanti di voi hanno letto un libro su un  e-Reader ? Tre.  Che titolo volete dare al saggio che dovremo progettare, scrivere e impaginare, per questo corso ? “Nostalgia della carta”? Quanti di voi hanno letto un libro di carta nell’ultimo anno? Silenzio, brusii. Vi ricordate il titolo dell’ultimo libro che avete letto? No. Ma come si fa ad avere nostalgia di qualcosa che non conoscete? “Il libro di carta è comunque meglio, l’i-Pad è per vecchi, basta vedere chi l’esibisce sul treno” (I vecchi hanno quarant’anni, n.d.r.) Cosa vi attira in un libro? “La copertina”.
Il pubblico del Salone è composto in gran parte da orde di studenti di ogni genere ed età in trasferta coatta, senza budget, collezionisti di segnalibri e gadget, i più intelligenti (e temerari) rubano qualche libro incustodito. Gli altri, le famiglie, i ragionieri, le zitelle solitarie, le sardine, affollano gli stand dei grandi editori, comprano il libro del solito noto della televisione, esattamente come comprano porchetta gelata e strozzapreti collosi alle superstiti Feste dell’Unità e alle Sagre paesane, mangiando male e in piedi, pagando più di quanto costerebbe una buona cena in una normale Trattoria… Il Salone non è che una piccola evasione dalla prigione scolastica e una grande Sagra paesana.
La gente ama la gente, è una festa perbacco!, si compra one-shot, una tantum, una volta all’anno. Quando i piedi fanno male si torna a casa, si dimentica il libro appena comperato sullo scaffale  sopra il televisore. Se ne leggeranno alcune pagine, ci si accorgerà che è più facile guardare la TV e lo si abbandonerà al suo destino di preziosa e noiosa rarità profumata di carta da godere al tatto.  Il prossimo budget di 20 euro riservato al libro è per la prossima Sagra del Libro Fritto, fra un anno.
Nel frattempo chiuderanno altre 100 librerie, il venduto cartaceo fletterà di un  altro 10% , gli eBook cresceranno fino a conquistare la vertiginosa quota di mercato del 3%, Sergio Giunti ululerà alla luna.
Quadratura del cerchio.

Scena seconda.
A venti metri di distanza, il gigantesco stand biancoazzurro di Kobo, l’e-Book Reader concorrente del Kindle di Amazon, adottato da Mondadori, è quasi deserto. Fa il paio con l’altrettanto deserto Stand della Gran Loggia d’Italia ALAN, che non so cosa significhi. I mantelli bianchi dei framassoni in esibizionistica passeggiata ben si addicono alla rarefatta atmosfera mistico-tecnologica di Kobo; sembra di essere sul set di Guerre stellari, nuova puntata sul Grande Architetto dell’Universo. Bambinerie per adulti: moderne tecnologie di lettura e arcaiche simbologie templari.
Disertate in massa, entrambe, dai ragazzi: “roba per vecchi”, come dicono i miei allievi. Possibile? Certo. Mondadori, partner Italiano di Kobo, si rallegra di aver venduto una milionata di macchinette e di eBook, alla faccia di Amazon. Ogni macchinetta venduta tre eBook in omaggio. E dopo? Tasto  con la mano, dentro la cartella, i miei due eReader e il mio iPad. Mi vergogno quasi di confessare che dopo averli studiati per benino io stesso  li ho abbandonati al loro destino di oggetti. Ripenso ai ragazzi dell’Accademia, stufi di tecnologie di lettura di cui non sentono la necessità.
Mi affretto verso l’unico incontro che mi attira, quello titolato “La strana coppia”, bel titolo per dire del rapporto fra libro di carta ed eBook, in libreria: alleati potenziali, non nemici. Com’è ovvio sul libero mercato, tre “gestionali” si contendono le vacche magrissime di 7-800 librerie.
Già dire “gestionale” evoca lo spettro di schermate complicatissime, roba da ingegneri, per scoprire che quel titolo, accidenti,  non è a scaffale, ma lo posso ordinare alla PDE, o alle Messaggerie, ma magari è esaurito (e via i codici gialli, rossi, verdi, come un pronto soccorso) e l’editore non ha interesse a ristamparlo nelle classiche 700 copie delle ristampe, costa troppo! ma udite udite: è disponibile in formato ePub, o forse solo in PDF, dunque lo puoi ordinare, te lo trovi a casa sul tuo PC, o sul tuo eReader, ma non su Kindle, formato proprietario, e certo, c’è il problemino di una complicata interfaccia col la Piattaforma distributiva – a scegliere fra  Edigita, Bookrepublic, Simplicissimus e quant’altri –  si sa, bisogna proteggere l’autore con un DRM a prova di smanettoni, oppure no, chissà,  forse basterebbe il watermark…
Dopo le softerhouse parlano i gestori delle suddette piattaforme, dopo i gestori gli editori che concedono bontà loro i propri titoli, dopo gli editori i librai… Ma perché – dice il simpatico libraio virtuale Rigoli – invece del gestionale, non offrire alle librerie di customizzare col proprio nome un bello Store digitale?
Fuggo col mal di testa e anche un po’ di nausea per tentare di entrare alla Lectio Magistralis di Gian Arturo  Ferrari sul Futuro del Libro e dell’eBook: non si entra per eccesso di sardine. Sospiro di sollievo: fatico a dimenticare quando nel 2000 mi sbracciavo a raccomandargli la necessità dell’email per i suoi redattori… Ma Gian Arturo è bravo e ci ha messo poco a cavalcare l’onda e a scoprire che quando piove bisogna aprire l’ombrello. O forse no: ho visto cose che voi umani… ricordate la pioggia che riga il volto dell’androide braccato e che prima di morire lancia la colomba?
Mi domando come si fa a sprecare occasioni del genere – il dibattito sui “rapporti” fra forme dello stesso contenuto – senza andare alla radice  del  “problema distributivo”.
Mi sembra così semplice: il sistema “analogico” prima  produce delle merci, poi le distribuisce, con tutte le contraddizioni e le complicazioni di cui sopra. Il sistema “digitale” consente di distribuire prima i soli contenuti immateriali e poi produrli  e consegnarli, on demand, nelle forme e nelle modalità richieste.  Si stampa solo dopo aver acquisito l’ordine dall’utente finale. Personalizzato. Col Marchio della libreria che ha raccolto l’ordine. Con la dedica alla morosa o alla mamma.. Elementare. Amazon lo fa da anni, senza che nessuno se ne sia accorto. Basta fare la stessa cosa con gli ordini pescati in  Libreria invece che nel web! È la nostra proposta al Salone: un tavolo touch a disposizione del cliente, un mega Kindle collettivo, su cui visualizzare, sfogliare e ordinare il libro scelto da un grande  scaffale liquido.
Si contendano pure i produttori di libri massmarkettari i pochi metri lineari delle librerie per adescare la propria clientela: le altre migliaia di titoli prodotti dagli editori non staranno stretti nei 30 cm quadrati del nostro  tavolo touch, terminale bidirezionale che collega lettore, autore, editore in un ritrovato circolo virtuoso, dove si può cercare, condividere, comprare, caricare i propri files per un autentico selfpublishing, con la mediazione di un libraio che finalmente ritrova la sua identità di “aggregatore” (argh, parola maledetta!)  di propensioni, interessi, passioni… Un ritrovato social network  fatto di gente viva che si frequenta, nella realtà come in second life poco importa, che se obesa e solitaria, sa ironizzare sui propri avatar longilinei e bellissimi, che non disdegna di entusiasmarsi per le nuove frontiere tecnologiche che espandono le proprie potenzialità senza necessariamente sfociare nell’onnipotenza o nella banalità dei fiori di Bach…
È una prospettiva ben diversa dalla sorda guerra fra produttori di macchinette tecnologiche per masturbatori solitari, cellulari ultra-potenti da usare rigorosamente in solitudine, per scarafaggi umani che fuggono la luce che impedisce di vedere dentro il proprio iPhone, le dita sempre in  movimento a rincorrere qualche amicizia inesorabilmente lontana.
Il mondo dei libri è un mondo di contenuti, non di forme.  Non è un problema di carta o di eBook. Il libro è un servizio, non una merce.

Scena terza
Cerco inutilmente nel programma gonfio di incontri, nelle sale blu rosse e gialle, nei caffè sponsorizzati dai cioccolatai, qualcosa di diverso dalla promozione vendite. È una macroscopica occasione perduta nel brusio di mille voci che si sovrappongono, quelle dei  venditori  ambulanti di merci ben confezionate, di corse al ribasso, di occasioni da non perdere, libri a 99 centesimi, hard cover con sovraccoperte in trancia e oro a caldo a 9,90. La crisi del libro affrontata sul tema del prezzo, su margini calcolati in centesimi. Nessuna capacità di guardare all’orizzonte, gli occhi fissi alla terra bassa del mercato. Una gigantesca opportunità sprecata. Quella di una Costituente per il libro, ad esempio, che riunisca editori, distributori e librai per ridisegnare una nuova modalità di progettare, produrre e distribuire contenuti ai quali continueremo a dare il nome di “libri” ma che saranno tante cose diverse, a partire dai servizi per la formazione a scuola,  protagonisti gli insegnanti, non il gruppetto di editori monopolisti dell’editoria scolastica. Invece, sorprendentemente, vedo solo colonnelli e generali disquisire nelle salette riservate degli stand delle Forze armate, di terra di aria e di mare,  carabinieri che distribuiscono  il loro monumentale calendario, poliziotti in divisa offrire al pubblico matite e gadget di varia natura, crocerossine che distribuiscono caramelle fasciate nella  loro candida divisa. Cosa centra tutto questo col Salone del libro? Sono questi i nuovi protagonisti del dibattito culturale nel nostro Paese? Sull’altro versante della cultura materiale ecco  i ricchi mega-stand delle Regioni che affettano prosciutti d’Abruzzo a go-go, calici di pregiati vini piemontesi, formaggi ciociari, speck trentini… Concorrenza sleale, quella del cibo rispetto alla carta. Cibo che invade il mondo della carta, i libri di cucina affollano un’intera area del Padiglione 1.
La nostra Storia del cibo negli ultimi due secoli, di Piero Meldini è un pesce culturale fuor d’acqua che cerca invano ossigeno fra i fornelli della Clerici e le aride padelle della Parodi…

Cerco una conclusione, un bandolo, senza trovarlo: non per eccesso di complessità, ma al contrario. Per eccesso di ovvietà.
Gli editori che gremiscono il Salone sono come bisonti al galoppo verso il baratro che non vedono: pesanti come i loro scatoloni di libri, la merce più pesante che esista. Pesanti nei contenuti, nella grafica, nel modo di proporsi al pubblico, merce da bazar, contenuti affastellati: libri da frittata, appunto.

L’immagine finale di Blade Runner mi sembra la più appropriata per concludere questo post.
Il libro-colomba lanciato nella pioggia della crisi dal morente editore (Roy Batty) che si credeva immortale è la sola ragione di speranza. Come la bella replicante Rachael, salvata da Deckard, che pure non si sa se vivrà….

 

Posted in Cronaca, Editoria Digitale, Eventi | Tagged , , , , | 1 Comment

One Response to La Sagra dello Strozzalibro

  1. Salve Mario, bel ragionamento. Ti invito a dire la tua in questa discussione in coda al post in cui parliamo anche della “La strana coppia”: http://tropicodellibro.it/notizie/vendere-ebook-libreria/

    Poi, mi interessa in particolare capire cosa proponi nel punto tre. Cosa intendi, con precisione, quando dici: “Mi sembra così semplice: il sistema “analogico” prima produce delle merci, poi le distribuisce. Il sistema “digitale” consente di distribuire prima i soli contenuti immateriali e poi produrli e consegnarli, on demand, nelle forme e nelle modalità richieste. Si stampa solo dopo aver acquisito l’ordine dall’utente finale. Personalizzato. Col Marchio della libreria che ha raccolto l’ordine.”

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