Mag
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Fuggo da un Salone del Libro canuto e incartapecorito, spaventato oltremisura a dispetto del titolo che si è dato – triste primavera digitale, intirizzita come una steppa russa – grato di essere come sono, ferito ma vivo, non zombie come troppi colleghi incrociati barcollanti e imbellettati nei corridoi, che non ho avuto nemmeno il coraggio di salutare; vecchi veri, rozzi “reazionari” magari in veste dandy con gardenia all’occhiello che, farneticando, evocano il dimenticato termine “imperialismo”, parlando di Amazon o Google.

Ascolto allibito il Presidente AIE e il  padroncino del vecchio monopolio distributivo cartaceo – ora capo del gruppo di editori che, guarda caso, ha finito per fagocitare! – che invocano protezionismi statali di fascistica memoria e inneggiano alle class actions in difesa di pretese libertà perdute, che altro non erano se non privilegi o rendite di posizione! Penso alla qualità intellettuale di  Luciano Mauri, mio grande amico e nemico acerrimo, riminese d’adozione, quando si inventava la vendita dei libri a chilo, da buttare sulla bilancia delle librerie Feltrinelli, per rivendicarne orgogliosamente la natura di “merce”! Con quel genere di persone era bello battagliare e confrontarsi, io che sognavo il libro come “servizio”!

Ripenso al fermento e alla creatività che, nel lontano e vicinissimo 1983, aveva portato oltre cento colleghi editori ad abbandonare la confindustriale (e ormai ferale) Associazione Italiana Editori, per dare vita, a Rimini, a quella  Lega per una Editoria Democratica subito sacrificata sull’altare della P2 da un allora Partito Comunista con aspirazioni governative. [1]

Fuggo da questi saloni tarlati dalla crisi, da questa Fiera delle Rassegnazioni e delle Nostalghie, dove solo qualche sparuta new entry paga ancora volentieri l’ebrezza di vedere il proprio nome stampato in copertina, dove persino lo Stand di Amazon stride per il solo fatto di esserci, dove anche i cosiddetti devices di lettura, i famigerati Kindle, le tristi imitazioni firmate IBS, i nuovissimi Smartphone di Nokia, gli iPad Apple, i Samsung Galaxy Note esibiti da manager, autori e pubblico, sembrano oggetti incapaci di dire il dramma da crisalide che sta vivendo l’editoria italiana e non solo. Il lento contrarsi della pupa dentro il  guscio, questa lenta e faticosa muta larvale testimonia tutta la sofferenza di una categoria condannata a morire nella sua vecchia natura cartacea… ammesso che riesca mai a risorgere in veste di farfalla, o di “impresario teatrale” – la figura multimediale e mutante che soppianterà concettualmente quella monotipica e lineare dell’editore di carta, per andare dietro alla brillante fantasia di Ricky Cavallero, il solo o quasi, fra i grandi editori, che mostri una qualche pur cinica lucidità…

Fuggo dalla frequentazione dei pochi amici con cui ho condiviso il tempo della speranza e della profezia, stremati dalle lunghe battaglie, bisognosi di schizzi di Twitter-adrenalina per reggere e consolidare e difendere ciò che sono riusciti a costruire a dispetto di tutte le contrarietà in questi ultimi tre anni di passaggio a nordovest: non ho più l’età per reggere il loro sforzo muscolare e capisco la loro inevitabile decisione di lasciare sul terreno chi non tiene il passo.

Fuggo da questo futuro che avevo sognato come Pentecoste di Internet e che ritrovo popolato di avatar vagamente new-age che non vedono l’ora di abbandonare l’involucro umano paralizzato  rinchiuso nell’astronave, desiderosi di intrecciare la propria coda con quella dell’Umanità che certamente verrà partorita da questa contrazione della Storia: un umano con pretese onnipotenti, perennemente interconnesso, che non potrà fare a meno di cercare l’Infinito persino nel limbo del Virtuale, come spiega don Antonio Spadaro, gesuita, mio autore e amico nella Fede comune oltre che in Facebook, oggi Direttore di «Civiltà Cattolica», autore di una affascinante ma inquietante Cyberteologia

Fuggo da questo Salone del Libro 2012 come un passero verso i monti, pigolo come una rondine, gemo come un gufo fra le rovine, sono come un pellicano del deserto, confido nella Salvezza, anche in quella con la c minuscola  dell’intelligenza e della creatività, le doti che più ci rimandano  agli attributi del Creatore, solo Padre davvero onnipotente, che non a caso ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, uno diverso dall’altro, miliardi di diversi: niente a che vedere con i pretesi “divini” ma omologanti algoritmi di Amazon, di Google o di FaceBook che regolano il marketing moderno, scavando nei cunicoli dei dati raccolti a spese della stupidità collettiva, questa sì a rischio di deflagrazione per accumulo di grisou. La Creatività in cui confido è quella che parte dalla fiducia nel futuro, dallo stimolo di una sfida entusiasmante, dalla certezza che l’uomo ha fame di giustizia e sete di conoscenza, pertanto la conoscenza non può che essere liquida.

Fuggo da questo Salone dove si percepiscono già gli scricchiolii di un’epoca che sta per essere travolta da un terremoto epocale – come quello di Efeso nel dipinto della Scuola riminese del Trecento – o da un nuovo diluvio universale che spazzerà via ogni traccia di cultura incapace di interpretare i segni del Tempo, come invece seppe fare Noè, e si salveranno solo le specie raccolte nell’Arca dalla sua amorevole, paziente, metodica, sapiente lungimiranza.

Il libro a venire è una colomba che si libra sulle acque con un ramoscello di ulivo nel becco…


[1] http://www.guaraldi.it/scheda.php?lang=it&id=719&type=tit

Posted in Cronache dal Far Web, ebook, Editoria Digitale, Eventi | 1 Comment

One Response to Editori incartapecoriti e incartati

  1. Conclusioni Forma del libro digitale, prestito ( o abbonamento) librario come alternativa al mercato retail “atomico” (per dirla con Giulio Blasi[6]), potenziale accesso multilingue dei contenuti al web, mi sembrano davvero tre snodi cruciali che consentiranno di uscire dall’attuale Far Web. E poiché in momenti epocali come quelli che stiamo vivendo non serve la semplificazione, e tanto meno una improbabile possibile conclusione, aggiungerei un’ultima considerazione sulla quale sarà opportuno dedicare uno specifico sforzo di pensiero: quello del “pricing”. Anzi dei “pricing”. Poiché il libro immateriale assomiglierà sempre di meno a una merce e sempre di più a un servizio, è ovvio che il costo di questo “service” dovrà essere misurato dall’importanza e dall’estensione del suo utilizzo e non più dalla ponderosità del suo contenuto. Ipotizzo in altre parole la possibilità di prefigurare finalmente quella metamorfosi radicale – fantasticata molti anni fa – che porterà gli editori a trasformarsi in “Banche dati di contenuti culturali” forniti on demand. Confesso che l’idea di diventare un banchiere di contenuti culturali non mi dispiace affatto. La geniale intuizione del bengalese Muhammod Iunus [7] sembrerà risibile, al confronto.

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