Apr
18

Inserisco qui il mio pezzo di giovedì scorso sul Fatto, che – a differenza degli altri – non si trova in versione digitale

La scuola federalista
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2010

Ci rendiamo conto di cosa sta accadendo alla scuola dello Stato? In questi 2 anni pochissime voci hanno provato a dire qualcosa (non di sinistra, ma di civile) sul danno. Per fortuna c’è Rodotà: “Mentre si discuteva intorno alla pillola RU 486, sono tornate con forza le proposte di riservare l’insegnamento nelle scuole pubbliche a professori autoctoni, che sarebbero gli unici in grado di trasmettere agli studenti i valori del territorio. Questo è solo un esempio dei molti tentativi di localizzare, di riservare ai nativi quel che dovrebbe appartenere a ogni cittadino, tentativi che sicuramente si intensificheranno dopo l’esito elettorale” (“La Repubblica”, 7 aprile).
Ora che l’offensiva – la cosiddetta “riforma” – è stata definitivamente sferrata (nel diffuso silenzio) eludendo norme e procedure democratiche, sacrificando lavoratori, depotenziando ogni valenza emancipante della scuola, dobbiamo toglierci dalla testa che su, al Nord, vadano in scena folkloristiche rappresentazioni, da guardare con ironia e inopportuno senso di superiorità. Al Nord si sta attentando – prima di tutto – al principio di uguaglianza, sancito dalla Costituzione anche attraverso la scuola, quella degli artt. 33 e 34, attaccando diritti individuali e collettivi. La devolutione della scuola rischia di violare la prevalenza assoluta dei 12 articoli che costituiscono i Principi Fondamentali rispetto agli altri e a loro eventuali revisioni. La riscrittura dell’art 117 del Titolo V, insomma, ha assegnato alle regioni competenza su alcuni ambiti (tra cui l’istruzione), con il rischio che forzature politiche li disciplinino violando quei Principi Fondamentali. Il fatto che le regioni siano realtà socio-culturali diverse non deve tradursi in alterazione dell’impianto nazionale, configurando 20 sistemi scolastici, quante le regioni. Invece Boni della Lega Nord lombarda, appoggiando la richiesta di albi regionali appena avanzata dai leghisti friulani e avallata dai neo governatori di Piemonte e Veneto, afferma: “Pieni poteri alle regioni per dare la precedenza agli insegnanti lombardi [un optional l’ accesso di tutti i cittadini a tutti gli uffici pubblici senza discriminazione, previsto dall’art. 52 della Costituzione, NdR]. La piena attuazione del federalismo si traduce nell’autonomia concessa alle regioni nelle diverse materie previste dalla stessa riforma federale e dalle modifiche introdotte al titolo V della Costituzione”. Risponde l’avv. Mauceri (Per la scuola della Repubblica): “La riforma del federalismo fiscale esplicitamente non prevede alcuna modifica per quanto attiene l’ordinamento scolastico; una legge ordinaria, del resto, non può incidere sull’assetto definito dalla Costituzione. La riforma del Titolo V va poi interpretata nell’ambito dei principi fondamentali della Costituzione. Le norme generali dell’istruzione sono stabilite dalla Stato, che garantisce uguaglianza ai cittadini sui diritti fondamentali, tra cui l’istruzione, e che realizza scuole statali – con personale, programmi, criteri di valutazione, obiettivi statali. Quindi la competenza che il Titolo V attribuisce alle regioni riguarda gli aspetti organizzativi della scuola e non quelli istitutivi”
Una risposta alle proiezioni scissionistiche della nuova macro-area in quota leghista si concretizza nel recente disegno di legge Goisis: albi regionali di insegnanti, dirigenti e Ata (reclutati solo tra i residenti); docenti dipendenti non più dallo Stato, ma dalla regione. Condizioni contrattuali differenziate. Quote di insegnamenti sulla conoscenza del territorio di appartenenza; 3 organi scolastici: dirigente, consiglio dell’Istituzione, collegio dei docenti. Scuole autonome, finanziate direttamente dalla regione, con contributi da famiglie, enti pubblici e privati. Sarà interessante vedere come questa proposta – depositata il 30 marzo – entrerà in rapporto con il ddl Aprea, fermo da un anno, proprio per l’ostruzionismo della Lega. Per la gioia e la sorte della scuola democratica, si confronteranno – in un affare tutto interno alla maggioranza – il principale interesse delle Regioni del Nord (quello di non subire battute di arresto determinate dalla “zavorra” del Sud, e di dare libero spazio a tutte le possibili derive localistiche) e quello tutto imprenditorialmente privatistico di Aprea. In entrambi i casi si strumentalizzano gli esiti differenti tra scuole del Nord e del Sud: invece di attuare interventi compensativi, si opta per accentuare le diseguaglianze.
MARINA BOSCAINO

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3 Responses to La scuola federalista

  1. Maurizio Chatel says:

    Ciao, Marina. E’ da un po’ che volevo entrare nella discussione, ma sono davvero oberato di lavoro, e ho dovuto continuamentne rimandare.
    Sto riflettendo con grande dispendio di energie sullo sfacelo che ci sovrasta, e mi sta sorgendo un’idea: “l’origine di tutte le cose”, che bisognerà prima o poi avere la forza di individuare se vogliamo andare a tagliare l’infezione alla sua origine, è ovviamente culturale prima che politica, poiché questa politica – come ogni politica – non è che il frutto della terra in cui getta le sue radici.
    Ora, la nostra terra ha una sua cellula cancerogena diffusa in tutto il corpo sociale: la cooptazione delle élites, il lobbismo trasversale che contamina tutte le sfaccettature della società italiana. Che è, se vogliamo, una delle radici del fascismo.
    Questo lo si può percepire in qualunque campo si operi, appena matura l’esigenza di rendere visibile il proprio pensiero e la propria prassi.
    Da questo punto di vista, la xenofobia becera del “popolo della Lega” e la criminale accondiscendenza a tesaurizzare rendite politiche cavalcando gli istinti sociali più irrazionali, non sono che l’aspetto ideologico di questo vizio molto italico di alzare recinti identitari.
    La domanda è: la sinistra ha davvero qualcosa di suo da dire contro il modus operandi cooptativo? La risposta, ovviamente, la conosci. E dunque: può la sinistra sottoporsi a un intervento di ingegneria genetica che ne elimini questo gene portando la cultura dei diritti a un livello nuovo di maturità? Non solo i diritti di chi è “dentro” (dentro il partito, dentro il sindacato) ma anche di chi è fuori?
    Credo, molto modestamente, che tutto ruoti attorno a questa domanda. Lo percepisco nelle tensioni quasi sempre inespresse dei miei allievi, che non si sentono più di appartenere a nulla proprio perché, sempre più, l’appartenenza si è fatta espressione di potere e non di libertà.
    Mi piacerebbe conoscere la tua opinione e discuterne ancora.
    Ciao….

  2. marina boscaino says:

    Caro Maurizio, concordo pienamente con quanto hai scritto; è un pensiero che spesso ho inserito nei miei articoli. No, non credo che QUESTA sinistra (né la cosiddetta opposizione parlamemtare, né la cosiddetta sinistra aletrantiva) sia nelle condizioni né abbia voglia di sottoporsi a quel tipo di intervento. Nel nulla di elaborazione in cui galleggiano, non rimane loro che continuare a difendere le minime rendite di posizione che ancora hanno. Si sono omologati al pensiero unico al punto da sposare in pieno atteggiamenti che storicamente non ci appartengono e alla cui estraneità aderivamo con l’orgoglio della diversità. Mi riferisco alla attivazione di Lobbies, caste trasversali, questioni più o meno morali ecc. Credo che l’unico modo significativo di smuoverli dalla paralisi e dall’autoreferenzialità potrebbe essere quello di sottolineare che gli insegnanti, che fino alle elezioni di 2 anni fa hanno continuato ad orientarsi da quella parte, sono stufi di essere considerati un di consensi sicuri. Pungoli di altro tipo non me ne vengono in mente. Parliamone.
    Ciao

  3. Maurizio Chatel says:

    Già… parliamone. Facile a dirsi. Mi capita sempre più spesso di stupirmi per la facilità con cui i miei allievi riescono a “pensare diversamente”. Noi diciamo (o dicevamo)che non sono più ideologici, così come una volta si diceva che “non c’è più religione”. Ma forse è vero, FINALMENTE. Voglio dire, è forse questione di tempo, ma questa mancanza di ideologia potrebbe trasformarsi in una autentica apertura morale alla diversità, in una rottura antropologica degli schemi. Quello che ne può venir fuori “solo un dio lo può sapere”, ma io sento un certo profumo di novità. Hegel ci insegna che il nuovo non è visibile quando sorge, e noi siamo ancora nel vecchio (ahimè). Dobbiamo solo cercare di non rimanere tagliati fuori, e di resistere come vecchi partigiani. Per il resto, la palla sta già passando ad altri. Scusami se parlo come un vecchio sessantenne, ma la speranza non è più nel “fare politica” come l’abbiamo conosciuta noi.

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