Giu
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Contenuti digitali

postato da Maurizio Chatel in Didattica

La discussione sui contenuti della didattica digitale (di cui qui riporto un esempio interessante) sta prendendo una piega, forse inevitabile, di marca anglosassone. Inevitabile perché in Europa, ma soprattutto in Italia, il dibattito è piuttosto all’inizio (per non dire carente), e anche perché la riflessione sulla didattica, a livello di ricerca, è davvero una specialità di Oltremanica (e di Oltreatlantico).
Ma proprio per questo il rischio che si corre, a mio parere, è quello di privilegiare quel tipo di apprendimento centrato sul “fare” che è tipico della pedagogia pragmatistica.
Forse è bene ricordare che esistono almeno due tipi di processi psicologico-associativi fondamentali nell’elaborazione rappresentativa e cognitiva: quello primario e quello secondario. Il primo è caratterizzato da una rapida successione di attivazioni neuronali, capace di creare una vasta capacità associativa e una rapida reattività ambientale, tali da permettere una buona presa sulla realtà e una buona capacità di adattamento alle trasformazioni. L’aspetto negativo di tale processo è, ovviamente, la mancanza di profondità concettuale e la scarsa propensione alla simbolizzazione. Da tale processo sorge, come insegna Jung, il tipo estroverso. Il secondo processo è quello contrario, centrato sulla persistenza delle associazioni con una lenta attivazione neuronale, da cui derivano una maggiore propensione all’approfondimento delle singole esperienze e una maggiore capacità di concentrazione, con la relativa astrazione dall’ambiente, e una forte capacità di simbolizzazione. Gli aspetti negativi di questa seconda capacità sono, naturalmente, legati alla paura dei cambiamenti e a un certo conservatorismo caratteriale, tipici del carattere introverso.
Orbene, una didattica pragmatistica è per sua stessa natura unilaterale, ovvero centrata sulla presa della realtà, sul dominio delle dinamiche di trasformazione dei fenomeni, a scapito del loro approfondimento concettuale e semantico, che può derivare soltanto da una più lenta e consapevole elaborazione degli stimoli. Va bene dunque educare ai cambiamenti e ai processi di trasformazione dei fenomeni, ma ricordando che ogni fenomeno è anche portatore di senso, o meglio, è una costellazione di significati.
Digitalizzare l’apprendimento non deve andare a scapito di uno dei due processi, ma deve condurre, finalmente, a una loro armonizzazione, a una ideale interazione tra reattività ambientale e comprensione del senso. Per questo è assolutamente necessario che non solo pedagogisti e psicologi, ma anche i filosofi comincino ad interessarsi un po’ di più di quanto sta avvenendo nel mondo della comunicazione interattiva e digitale.

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